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Crimini fascisti in Etiopia

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Sgarra
CAT_IMG Posted on 24/8/2009, 20:59           "quote"




La politica coloniale dell'Italia riprese slancio negli anni Venti, trovando una sua coerente giustificazione nell'ideologia fascista. Subito dopo l'avvento di Mussolini, la presenza italiana in Libia fu consolidata: fu ampliata l'occupazione della Tripolitania settentrionale (1923-1925) e della Tripolitania meridionale, mentre una dura repressione fu avviata in Cirenaica, guidata con successo dal generale Graziani.

Tra il 1923 ed il 1928 fu inoltre completata la conquista della Somalia, fino a quel momento limitata alla parte centrale del Paese.

In Etiopia, invece, il fascismo non ritenne, in questa prima fase, di modificare la situazione. Anzi, nel 1928 Italia ed Etiopia stipularono un patto di amicizia ed una convenzione stradale.

La decisione di intraprendere una campagna militare in Etiopia iniziò a maturare a partire dal 1930.

Il pretesto per l'avvio delle operazioni militari, i cui piani erano stati preparati già da tempo, fu offerto il 5 dicembre 1934 da un incidente presso la località di Ual-Ual, lungo la frontiera somala. L'imperatore d'Etiopia, Hailè Selassiè, preoccupato dai progetti italiani, si rivolse alla Società delle Nazioni, di cui il suo Paese era membro dal 1923. Ma Inghilterra e Francia, che non volevano alienarsi l'appoggio di Mussolini nel nuovo scenario politico d'Europa, impedirono di fatto che l'azione italiana fosse ostacolata. Solo in un secondo tempo, quando l'opinione pubblica internazionale iniziò a mobilitarsi contro la violenta aggressione dell'Italia, la Società delle Nazioni approvò una serie di sanzioni economiche contro l'Italia (ottobre 1935).

Il 2 ottobre 1935, in un famoso discorso pubblicato il giorno successivo su tutti i giornali italiani, Mussolini annunciò l'inizio di una guerra provocata senza alcuna causa plausibile, rispolverando come giustificazione la bruciante sconfitta subita dall'Italia alla fine del secolo precedente:

«Con l'Etiopia abbiamo pazientato quaranta anni! Ora basta!»

L'esito della guerra era facilmente immaginabile considerato l'enorme dispiegamento di mezzi disposto dall'Italia.

Il 3 ottobre le truppe italiane invasero l'Etiopia dall'Eritrea, occupando in breve tempo Adua, Axum, Adigrat, Macallè.

A metà novembre la direzione delle operazioni fu affidata al generale Pietro Badoglio, che, dopo aver affrontato la controffensiva etiopica, entrò ad Addis Abeba il 5 maggio 1936.

Il 9 maggio 1936 Mussolini poté proclamare la costituzione dell'Impero italiano di Etiopia, attribuendone la corona al Re d'Italia Vittorio Emanuele III.




Gli italiani in Etiopia

di Giovanni De Luna

Le grotte si aprivano nelle rocce sulla destra del fiume profonde, inaccessibili. Per stanare i guerriglieri occorreva penetrare in stretti cunicoli dove poteva passare un uomo alla volta, facile bersaglio dei difensori. Si decise di inondarli di gas velenoso. I risultati furono definitivi e terrificanti. «28 marzo 1936... Sono stato a visitare i campi di battaglia che si trovano nei pressi di Selaclacà... ciò che mi ha fatto maggiore impressione è stata la vista di un gruppo di abissini morti in una specie di caverna, ben nascosta, che sembrava un infido nido difficilmente scovabile. Sono in tutto nove giovani vite, e sono abbracciate, o meglio afferrate una all'altra in una stretta disperata: il loro atteggiamento, le loro posizioni, e quel loro aggrapparsi alla terra o al compagno, mostrano evidente che morirono nel momento istesso che tentavano di fuggire disperatamente alla morte certa; e caddero così... come se in quel momento un fulmine li avesse improvvisamente e per sempre fermati e fotografati...». Non sono le grotte di Tora Bora: siamo in Etiopia, nel 1935 e la testimonianza è quella di un soldato italiano, Manlio La Sorsa, impegnato nella guerra scatenata dall'Italia fascista contro il regno del Negus. Pure, le grotte, le armi terrificanti, e soprattutto quei corpi avvinghiati nella morte ci restituiscono il fondo destoricizzato che ogni guerra porta con sé: dall'Etiopia all'Afghanistan, dal 1935 al 2001, in un tempo e in uno spazio radicalmente diversi, sembra che alla fine tutto si riduca a una ciclica ripetizione di gesti, a un frenetico andirivieni tra il morire e dare la morte. Quella guerra il fascismo la vinse soprattutto grazie alla superiorità tecnologica, all'uso di armi e di tecniche militari terribilmente distruttive (i bombardamenti aerei, i gas) anticipando una delle configurazioni tipiche delle guerre postnovecentesche in cui - («guerra del golfo», Kosovo, Afghanistan) - il confronto è tra uomini e macchine, con ordigni sofisticati che riescono quasi ad azzerare le perdite nel proprio campo. La testimonianza del soldato italiano si presta anche a altre letture più interne alla nostra storia, che chiamano in causa «nodi» irrisolti della nostra memoria collettiva su cui vale la pena riaccendere i riflettori del dibattito storiografico. Quella di La Sorsa è infatti solo una delle tante voci raccolte in un libro appena uscito di Nicola Labanca (Posti al sole. Diari e memorie di vita e di lavoro dalle colonie d'Africa, Museo storico Italiano della Guerra); un'antologia di grande efficacia che, per la prima volta, ci restituisce nitidamente gli aspetti soggettivi e autobiografici del nostro passato coloniale, di quell'inseguimento «al posto al sole» che si protrasse ininterrottamente fino alla metà del Novecento. Labanca ha pazientemente raccolto lettere, diari, carteggi e memorie sparse in vari archivi (il fondo più consistente è quello conservato nell'Archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano), una documentazione straripante che lascia affiorare l'intero universo di quelle centinaia di migliaia di italiani che - tra il 1882 e il 1943 -, in Eritrea, Libia, Somalia, Etiopia, furono coinvolti nel nostro «sogno africano». Per la maggior parte si tratta di scritti di petit blancs; non i diplomatici, quindi, non i militari, non quelli che andarono in colonia per assumere cariche istituzionali e amministrative o per investire grandi capitali, ma tutta la massa di quelli «che si mossero portando con sé solo se stessi e al massimo le proprie famiglie, con l'ausilio solo delle proprie braccia da lavoro o del proprio modesto titolo di studio, contadini, piccoli commercianti, microimprenditori». Furono l'assoluta maggioranza dei nostri coloniali; ai Censimenti del ventennio risultavano infatti solo un 2% di possidenti e imprenditori e un 5% di professionisti; per il resto, furono in gran parte i ceti medi a lasciarsi coinvolgere nei nostri progetti di dominio coloniale: in Africa cambiarono il loro nome - diventando petit blancs, appunto - ma non la propria condizione sociale. L'eccezionalità di questa documentazione sta proprio nella sua provenienza: tradizionalmente i ceti medi costituiscono un universo sociale amorfo, abituato a lasciare scarne testimonianze della sua «piccola storia», pronto a delegare il proprio protagonismo ai poteri forti che costruiscono la «grande storia». Qui, invece, è come se l'enormità dell'avventura africana ne stimoli i ricordi, li solleciti a rompere la crosta del loro tradizionale riserbo per lasciare liberamente fluire passioni, invettive, recriminazioni, entusiasmi, nostalgie. Lungo questo percorso si incontrano testimonianze che si limitano ad aggiungere particolari inediti a quanto già si sapeva: ad esempio, il nesso ideologico tra le leggi contro gli ebrei del 1938 e la pratica di separazione razzista nei confronti della popolazione indigena avviata nei possedimenti coloniali, in particolare nell'Etiopia appena conquistata. Così, i ricordi di Arthur Journò ribadiscono questo collegamento. Siamo nel 1938 e Journò è un giovane ebreo italiano che vive a Tripoli. Il Governatore della colonia, Italo Balbo, ordina agli ebrei di tener aperti i loro negozi anche il sabato. Ovviamente i negozi restarono chiusi. A quel punto i fascisti prendono dieci ebrei libici e decidono per una loro pubblica fustigazione: «in mezzo alla piazza alcuni genieri dell'esercito avevano eretto un palco abbastanza alto proprio per dare la possibilità a tutto il popolino di godere dello spettacolo... non so dire quante frustate ogni condannato ricevette, tenni gli occhi chiusi e sentivo solo i lamenti e i battiti delle mani della gente che gridava piena di odio».
Altre testimonianze ribadiscono stereotipi razziali, con particolare riferimento alle donne, («Entrando, l'ingresso è squallido e umido. Un odore strano di erbe e di altre sostanze non definibili fluttua qui dentro; le abitatrici si avvicinano curiose, timide e sorridenti. Sembrano tante bestie rare...», Unno Bellagamba, 1935) che esaltano la natura ferina delle popolazioni nere, in un misto di disprezzo e timori ancestrali. In quasi tutte domina poi un'autorappresentazione fortemente segnata dalla propaganda colonialista, in particolare - per quanto si riferisce all'Etiopia - di quella fascista, segnata dal trinomio «Dio, Patria, Famiglia»: «Dio, andare in Africa significava evangelizzare, essere missionari, pionieri in terre sconosciute e abitate da popoli primitivi; Patria, assicurare al proprio paese le materie prime, il lavoro e la possibilità di emigrare, accrescere il prestigio del nostro popolo; Famiglia, una via più breve e più sicura per realizzare i sogni della famiglia, significava trovare un impiego al termine della campagna della conquista coloniale, nella stessa terra africana per la quale avevo arrischiato la vita», (Angelo Filippi, 1935). Sotto queste esplicite intenzioni affiora, però, anche una realtà diversa, quasi che quei documenti alla fine parlino «malgrado se stessi». Certamente in essi incontriamo la guerra, la dimensione epica del «mal d'Africa», l'orgoglio di sentirsi allo stesso tempo italiani e conquistatori; ma incontriamo anche la vita quotidiana, le abitudini e le relazioni sociali, mode e comportamenti collettivi e - soprattutto - il lavoro, tanto lavoro. Camionisti e braccianti, coloni agricoli e commercianti, piccoli artigiani e impiegati, per tutti la vita in colonia è essenzialmente il lavoro, la fatica, il confronto assiduo con una natura sconosciuta, poche volte apprezzata per la sua bellezza, più spesso maledetta per le sue asperità. La centralità del lavoro toglie, alla fine, ogni epicità a quei ricordi e ci consegna una delle chiavi per spiegare il «mistero» del loro inabissarsi fino a scomparire dalla nostra memoria collettiva. Per i petit blancs italiani la fine del sogno africano coincise, infatti, con la rovinosa sconfitta militare dell'Italia fascista. Il loro ritorno in patria fu traumatico. Nella nuova Italia repubblicana non c'era più nessun posto al sole da magnificare e difendere. I neofascisti tentarono di cavalcarne recriminazioni e rimpianti. Anche la Dc lo fece, in un modo tipicamente democristiano, alimentando cioè una politica puramente assistenziale, con una legislazione che soddisfaceva tutte le loro richieste economiche, rifiutandone però la dimensione ideologica e revanscista; si assicurò i loro voti, se non la loro riconoscenza. Alla fine, quando smisero anche di essere un serbatoio di voti, la loro memoria divenne solo un oggetto storiografico da studiare.

(La Stampa, 14 gennaio 2002)






Direttive

- Sta bene per azione giorno 29. Autorizzato impiego gas come ultima ratio per sopraffare resistenza nemico e in caso di contrattacco [27 ottobre 1935].

- Autorizzo vostra eccellenza all'impiego, anche su vasta scala, di qualunque gas e dei lanciafiamme. [28 dicembre 1935]

- Approvo pienamente bombardamento rappresaglia e approvo fin da questo momento i successivi. Bisogna soltanto cercare di evitare le istituzioni internazionali e la croce rossa. [2 gennaio 1936]

- Occupata Addis Abeba vostra eccellenza darà ordini perché: 1] siano fucilati sommariamente tutti coloro che in città o dintorni siano sorpresi con le armi in mano; 2] siano fucilati sommariamente tutti i cosiddetti giovani etiopici, barbari crudeli e pretenziosi, autori morali dei saccheggi; 3] siano fucilati quanti abbiano partecipato a violenze, saccheggi, incendi; 4] siano sommariamente fucilati quanti, trascorse 24 ore, non abbiano consegnato armi da fuoco e munizioni. [3 maggio 1936]

- Uno straniero mi segnala di aver veduto il giorno 15 aprile a Massaua un sottufficiale della regia marina giocare amichevolmente a carte con un indigeno. Deploro nella maniera più grave queste dimestichezze e ordino siano evitate. Umanità sì, promiscuità no. [5 maggio 1936].

- Tutti i ribelli fatti prigionieri devono essere passati per le armi. [5 Giugno 1936]

- Per finirla con i ribelli come nel caso Ancober, impieghi i gas. [8 Giugno 1936]




Diario di Ciro Poggiali

28 agosto 1936: Proibizione assoluta di telegrafare in Italia le notizie degli attacchi su Addis Abeba. Precauzione inutile, ché tutto il mondo le saprà, perché i consoli e altri rappresentanti stranieri continuano a telegrafare cifratamente e lungo la ferrovia. Tutte le notizie a noi impropizie arrivano a Gibuti e di là si diffondono. Ma gli italiani non devono sapere nulla.

21 settembre 1936: Assisto a processi presso il tribunale italiano per gli indigeni. Poiché non c'è un magistrato che sappia una parola d'indigeno e nessuno si dà neppure la pena di mettersi ad impararlo (i funzionari vengono in Etiopia non per spirito d'avventura o patriottico, ma perché il servizio in colonia conta il doppio; e così, poiché son tutti vecchi, fanno più presto ad andare in pensione), i processi si svolgono tutti a mezzo dell'interprete. Che cosa ne vien fuori Dio solo lo sa.
Non ho grande stima in genere dell'amministrazione della giustizia, ma questa è una turlupinatura troppo grossa. Spesso è un'infamia senza nome quando visibilmente colpisce degli innocenti sottoposti a una procedura per essi incomprensibile, che li porta a condanne atroci senza che vengano neppure a sapere perché sono stati condannati.

18 novembre 1936: Sono arrivati mille operai campani inquadrati nella milizia. Dovrebbero essere tutti manovali, muratori, carpentieri (... ) Nella gran massa si scoprono parrucchieri, commessi di negozio, lustrascarpe. L'alta paga li ha indotti a frodare nascondendo la loro vera professione. Un caposquadra che guadagnerà settanta lire al giorno era scrivano avventizio in una cancelleria di tribunale, ove guadagnava dodici lire al giorno. Dovrebbero costruire quarantacinque edifici pubblici, ma, poiché mancano i materiali, saranno adibiti alla sistemazione delle strade. Una manovalanza un po' cara, evidentemente.
Protestano, evadono dai cantieri a cercarsi un lavoro più comodo, non vogliono sopportare fatiche. Pionerismo da burla.

3 dicembre 1936: Mi racconta Bonalumi che sovente i carabinieri incaricati di arrestare gli indigeni per sospetti reati, che magari non esistono, cominciano, secondo il costume, a caricarli di botte. Se poi si accorgono di averne date troppe e di aver prodotto cicatrici indelebili, perché gli arrestati non possano piantar grane con i loro superiori li accoppano addirittura. Poi fanno il verbale nel quale dicono che l'arrestato aveva tentato di fuggire o di ribellarsi.

19 febbraio 1937: subito dopo l'attentato al viceré Graziani: Tutti i civili che si trovano in Addis Abeba, in mancanza di una organizzazione militare o poliziesca, hanno assunto il compito della vendetta condotta fulmineamente coi sistemi del più autentico squadrismo fascista. Girano armati di manganelli e di sbarre di ferro, accoppano quanti indigeni si trovano ancora in strada. Vengon fatti arresti in massa; mandrie di negri sono spinti a tremendi colpi di curbascio come un gregge. In breve le strade intorno ai tucul sono seminate di morti. Vedo un autista che dopo aver abbattuto un vecchio negro con un colpo di mazza, gli trapassa la testa da parte a parte con una baionetta.
Inutile dire che lo scempio si abbatte contro gente ignara ed innocente.

Testimonianza di Liqq Ababa:

[...] Il 2 Sanè 1929 [9 giugno1937], mentre eravamo accampati a Bandabagi, in un luogo chiamato Zerait, il ligg Wandemagegnehu Tashoma ed io andammo a caccia con due servi. Vedemmo truppe italiane e gli uomini della tribù dei Galla che formando numerose colonne avanzavano a cavallo verso la regione in cui ci trovavamo. Dal momento che i contadini erano impegnati nel lavoro dei campi li avvisai, urlando a squarciagola, che un intero esercito di uomini stava marciando verso di loro. Ai contadini era già stato detto che gli italiani sarebbero andati a fare un’ispezione e quindi li stavano aspettando per accoglierli in pace. Dopo essere arrivati, gli italiani li invitarono a cantare gioiosamente per richiamare sul posto quelli che lavoravano altrove. Quando tutti i contadini furono riuniti, i soldati italiani li attaccarono con armi, quali i pangas, tagliando i genitali agli uomini e i seni alle donne. Squarciarono persino i ventri delle donne incinte prendendo i feti e tagliando loro gli organi genitali se erano maschi. Bruciarono inoltre tutte le case dei contadini e saccheggiarono tutte le loro proprietà. Nessuna abitazione fu risparmiata. Queste atrocità vennero commesse nella regione di Marhabété, nella zona tra Kimbeit e Garan, e in quella di Jerru, da Asrash fino a Ensaro.
Credo che non meno di 7.000 persone siano state sterminate in quella circostanza. Per avere il numero preciso dei trucidati e delle proprietà saccheggiate, occorre chiedere informazioni ai contadini: ancora oggi ci sono numerosi mutilati e molte persone, inclusi bambini, che non sono più in grado di urinare. Mi è stato detto in seguito il nome del comandante italiano responsabile di queste atrocità: si trattava del generale Gallina.

(Documents on Italian War Crimes Submitted to the United Nation War Crimes Commission, Addis Ababa, Ministero della giustizia, 1950, II, 19. Nella sua integrità la testimonianza ora è riportata da PANKHURST R. , L’inedita testimonianza di tre patrioti etiopici, in "Studi Piacentini", 2001 (30), pp.194-197)

Crimini sessuali
 
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Sgarra
CAT_IMG Posted on 24/8/2009, 23:08           "quote"




Non mi si fila nessuno :cry:
 
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Stile Z
CAT_IMG Posted on 24/8/2009, 23:10           "quote"




Chi le sa ormai a memoria queste cose non le legge.
Chi tende a quella ideologia politica non le legge.
Chi è menefreghista non le legge.
 
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Jah_Bless_I&I
CAT_IMG Posted on 25/8/2009, 21:58           "quote"




per fortuna è stata l'ultima invasione! L'etiopia è madre di tutto!
 
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3 replies since 24/8/2009, 20:59
 
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